L’inferno delle nigeriane: dal viaggio per l’Europa al labirinto della prostituzione

Quello della tratta delle nigeriane sembra essere diventato ormai uno dei tanti problemi in Italia di cui tutti hanno una vaga percezione, ma di cui nessuno sembra veramente interessarsi.

Il tema della prostituzione delle nigeriane, che in questo momento in Italia rappresentano la maggior comunità di prostitute, è strettamente legato al tema degli sbarchi dall’Africa subsahariana.

Tutte dichiarano di essere arrivate via mare a Lampedusa o in un altro porto italiano e molte di loro hanno ricevuto un primo soccorso in mare. La tratta nigeriana si snoda su due filoni: aerea o marittima e negli ultimi anni ha subito qualche modifica.

Questa è la lettera “Da uomo a uomo”
distribuita dai volontari dell’Associazione
“Le donne di Benin City”
per sensibilizzare i clienti delle prostitute
alle problematiche legate allo sfruttamento
delle ragazze nigeriane.

Prima le ragazze contraevano in patria un debito per uscire dal loro Paese con la promessa di ottenere un posto lavorativo, tipo baby sitter o parrucchiera. Dell’importo reale venivano, però, a conoscenza solo in Italia. Spesso la somma era presentata in naira, la moneta locale nigeriana, e in Italia 60 mila naira diventavano 60 mila euro, sebbene 1 naira sia pari a 0,0028 euro.

Un debito quindi estinguibile in tanti anni.

Poi la metodologia criminale è cambiata, essendosi duplicate le rotte che dall’Africa passano al reclutamento, all’industria e al trasferimento da un luogo all’altro del mondo delle ragazze in maniera illegale. Essendoci più donne, il loro debito si è oggi abbassato, rimanendo di 60 mila euro per chi ha scelto la rotta aerea, ma scendendo a 25 mila per le altre.

Debito ridotto per queste ultime anche perché rischiano di morire per mare e di non poterlo piu’ estinguere. Quelle che arrivano via mare vengono inoltre sistematicamente violentate una volta arrivate al confine con la Libia: si tratta del dazio per superare i confini.

Le donne che arrivano sono infatti incinte o affette da malattie a trasmissione sessuale.

La mafia nigeriana è una mafia spietata e potente che gestisce sulle stesse rotte prostituzione, droga e armi. Ci sarebbe dunque da chiedersi come mai questa non venga impedita, se non in Africa, quantomeno in Italia.


In Italia tutto si perde nei meandri di un sistema burocratico farraginoso ed inadeguato, le cui inefficienze vengono sfruttate dal sistema criminale. Tutto infatti passa attraverso il sistema dell’accoglienza italiana dei profughi. Le ragazze richiedono in automatico l’asilo, magari senza ottenerlo perché le autorità sanno che sono qui per andare in strada.

Ecco il volantino dell’Associazione
“Le donne di Benin City” che viene distribuito
dai volontari alle ragazze nigeriane per
sensibilizzarle alla protezione
nei centri di accoglienza.

Loro raccontano storie di fuga dalla guerra che non sono vere. Se raccontassero gli abusi che subiscono per arrivare fin qui avrebbero diritto ad una rete di protezione che neppure immaginano.

Tuttavia il fatto che per un certo periodo queste persone non risultino clandestine, fa sì che chi le gestisce non abbia problemi. Se anche c’è una retata, un documento che attesta la richiesta d’asilo c’è e quindi non è possibile espellerle.

Ad aggravare lo status quo c’è inoltre il fatto che i centri di accoglienza meno seri ospitino persino diverse Madame, che sono i punti di riferimento per la prostituzione delle nigeriane. Le ragazze da lì possono andare a prostituirsi e consegnare i guadagni a chi le sfrutta e tornare a dormire nel centro dove alloggiano. Va inoltre detto che solo una minima parte delle ragazze vive nei centri. Le altre alloggiano in appartamenti o case private procurati dalle Madame.

D’altra parte, i centri di accoglienza dispongono di un mandato per i richiedenti asilo di fornire accoglienza, ma non possono impedire alle persone che ospitano di uscire durante il giorno e dunque di finire sulla strada.

Inutile ribadire inoltre come le ragazze che finiscono sulla strada siano terrorizzate perché subiscono continue minacce anche contro i parenti a casa (minacce di ritorsioni o di morte attraverso i riti voodoo nel caso in cui queste rifiutino di “saldare” il loro debito, contratto nel tentativo di raggiungere l’Europa in cerca di un’occupazione dignitosa).

In questa situazione di indifferenza generale, inadeguatezza della legislazione ed inefficienza dei centri accoglienza, le ragazze spesso non trovano alcuna via d’uscita.

Si tratta di ragazze che a torto e grossolanamente vengono etichettate come “prostitute”, visto che per quasi tutte la strada non è mai stata una scelta, ma è frutto di una costrizione. Si tratta di ragazze, troppo spesso minorenni, imprigionate in un tetro presente e derubate di ogni futuro.

Le statistiche sono allarmanti: un’indagine recentemente condotta da Save the children mostra come il numero delle minorenni sbarcate in Italia dall’Africa abbia subito una brusca impennata negli ultimi anni: si va da poco meno di 500 nel 2013, ad intorno 5.000 nel 2015 e addirittura 11.000 nel 2016).

Dati che non lasciano troppo spazio all’immaginazione.

Logo associazione
“Le Donne di Benin City”

Ma allora quali sono le soluzioni da adottare in quadro così tragicamente delineato?


Un suggerimento ci vien dato da Nino Rocca, coordinatore dell’associazione di volontariato “Le donne di Benin City”, sorta a Palermo due anni or sono.

Questa associazione di volontariato, dove operano donne africane, si occupa di intercettare le ragazze nelle comunità e nei centri accoglienza dove risiedono per assisterle e mostrar loro l’esistenza di alternative.

Queste donne hanno il vantaggio di parlare la stessa lingua, e spesso lo stesso dialetto, delle ragazze, di conoscerne la cultura e il background di provenienza e dunque riescono a farle sentire “a casa”.

Spesso mediano, contattando i genitori di queste ragazze che risiedono ancora in Africa e in questo modo le tranquillizzano sul fatto che questi non siano in pericolo di vita e sottoposti a riti voodoo.

Articolo pubblicato dal Giornale di Sicilia
lo scorso 16 ottobre 2016 in occasione
dell’iniziativa promossa a Palermo dall’Associazione
“Le Donne di Benin City” in occasione della
“Giornata  Europea contro la tratta delle donne”

L’associazione “Le donne di Benin City” dal momento della sua fondazione ha già recuperato 12 ragazze sparse per l’Italia e sarebbe auspicabile che questo numero cresca ulteriormente, attraverso la sinergia tra le varie comunità presenti sul territorio nazionale e la neo associazione.

Sarebbe opportuno lanciare un appello a queste comunità e a questi centri accoglienza affinché possano dismettere i metodi utilizzati fino a questo momento (metodi inadeguati che hanno portato le ragazze a scappare dalle strutture) e abbracciare una strategia nuova che li veda combattere fianco a fianco alle “Donne di Benin City”.

La chiave nella riuscita dell’intervento risiede dunque nel vincere la resistenza delle Istituzioni, legate a protocolli che vanno bene per i minori italiani, ma che falliscono dinanzi ai minori stranieri non accompagnati, dove evidentemente le gaps culturali da colmare sono tante.

Durante la ricerca e lo studio finalizzati alla redazione di questo articolo, mi sono imbattuta in tanti tristi storie, ma una tra tutte mi ha colpito, quella di Favour Nike Adekunle, giovane ragazza di 20 anni, costretta a prostituirsi in Italia, che un giorno trovò la forza di cambiare vita dopo aver conosciuto un giovane con il quale era in procinto di sposarsi.

Sebbene il suo corpo sia stato rinvenuto carbonizzato in una discarica nel palermitano, mi piace immaginarla sopra una stella e a lei vorrei dedicare questi versi tratti da una bellissima canzone di De Andrè:

“Sola senza il ricordo di un dolore vivevi senza il sogno di un amore ma un re senza corona e senza scorta bussò tre volte un giorno alla tua porta/
Dicono che poi mentre ritornavi nel fiume chissà come scivolavi e lui che non ti volle creder morta bussò cent’anni ancora alla tua porta”.

 


Questo articolo è un esempio della metodologia multidisciplinare del CONSULTORIO DEI DIRITTI MIF, un’equipe di professionisti (psicologi, educatori, mediatori familiari, pedagogisti, consuelor, naturopati, farmacisti, avvocati) che a Palermo, offre gratuitamente consulenza e orientamento qualora, in casa, in famiglia, al lavoro, nella vita di tutti i giorni, non siano rispettati i diritti fondamentali della persona. 


Se vuoi segnalare o avere supporto relativamente a problematiche legate allo sfruttamento della prostituzione a Palermo contatta il CONSULTORIO DEI DIRITTI MIF prendendo un appuntamento telefonicamente oppure compilando l’apposito FORM ONLINE…trovi tutto cliccando qui

CLAUDIA SORRENTINO – Claudia diventa avvocato nel 2011 dopo aver conseguito la laurea con lode presso l’Ateneo di Palermo.

Dopo la laurea si trasferisce  a Napoli  dove frequenta la Scuola di Specializzazione per Professioni Legali  Federico II grazie alla quale approfondisce gli studi post- laurea attraverso dei corsi tenuti da  brillanti magistrati italiani. Durante gli anni di formazione presso la Ssppl di Napoli ha inoltre  modo di svolgere vari stages formativi presso il Tribunale ed altresi’ presso il TAR del capoluogo partenopeo, nelle materie prevalentemente oggetto di preparazione. Dopo aver sostenuto l’esame di abilitazione presso il Foro di Napoli , si abilita all’esercizio della professione forense nel 2014.
Successivamente torna a Palermo dove, prima di iscriversi all’albo, collabora per qualche tempo con il Dipartimento di Scienze Penalistiche dell’Universita’ degli Studi di Palermo. L’ambizione, in seguito, la conduce a Londra, dove puo’ apprendere nozioni di Common law ed affiancare alla qualifica di Avvocato Italiano quella di Eupean Lawyer presso la Solicitor Regulation Authority.
Attualmente collabora part- time con uno studio legale italo-inglese con sede a Londra che si occupa di fornire assistenza legale ai cittadini inglesi ed italiani principalmente in materia di successioni e di  contratti  stipulati in Italia.
Claudia si ritiene una giovane professionista flessibile e, importando un termine anglosassone, “multitasking”, adatta a lavorare in contesti dinamici e dall’impronta internazionale.
Avendo infatti prestato la propria collaborazione professionale nel Regno Unito e, prima ancora, avendo studiato per circa un anno presso l’Universidad de Sevilla (Spagna), ha sviluppato una certa adattabilita’, abbracciando una nuova visione del diritto dai confini certamente transnazionali.
Durante il tempo libero le piace viaggiare, cucinare e praticare sport all’aria aperta.

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