Capitolo 4: la Colombia fra bellezza e ingiustizie…

Quel primo giorno nell’ex zona rossa segnò una fase. Los montes de Maria, una delle aree più colpite dal conflitto armato, da luogo dell’abbandono diventarono per me luogo dell’anima. Passavano i giorni e io continuavo a pensare a quella gente che avevo conosciuto, all’umiltà che li impregnava e alla grandezza delle loro battaglie.

Pensavo a me che non avevo mai osato in Sicilia elevarmi all’altezza dei miei sogni. Ossessionata dalla voglia di cambiare le cose e ammaliata dalla bellezza dell’isola, avevo fatto passare gli anni sognando senza agire abbastanza.

L’incontro con i colombiani che hanno vissuto il conflitto ha segnato una pagina importante, quella in cui non potevo più solo ascoltare e sentire ma dovevo agire e agire per me era scrivere.

Dopo qualche mese di permanenza all’università di Cartagena, raccolsi poche cose e attraversai in lungo e in largo Los montes de Maria, un tempo inaccessibili, attraversabili solo da incoscienti e tuttora visti come non raccomandabili.

 

Architettura tipica di LOS MONTES

Mi sono immersa in questa zona, inserita in un fluttuare tra una casa di fango, una non finita, fattorie e campi, come compagno il mio zaino e la mia voglia di raccontare le storie di chi ha abitato questi luoghi, di chi ha vagabondato, di chi continua nonostante tutto.

Storie come quelle di Liliana meritavano di essere raccontate, soprattutto se pensavo che il conflitto i colombiani l’avevano seguito in tv, nello scorrere di una indifferente routine quotidiana, solo che non era una leggera soap opera latinoamericana ma una lunga serie di orrori e atrocità cosi lontane da sembrare accadere in qualsiasi altra parte del mondo.

Ma stava accadendo li, nel cuore della Colombia, tra le foreste più belle, tra le zone più produttive, tra contadini disperati.

L’idea di una rivoluzione armata contro latifondisti e corruzione, ispirata alla cubana, ha travolto tantissimi colombiani, arruolati con la forza degli ideali, dell’istinto di sopravvivenza o semplicemente con la forza. Liliana mi raccontò che la sorella era scappata con la guerrilla di notte, la propaganda l’aveva convinta che quella fosse la soluzione.

Da quel momento non la vide più eccetto un pomeriggio, passò per le vie del villaggio, con l’uniforme, l’arma, lo sguardo serio e basso. La madre le corse incontrò supplicandola di tenersi lontana dai combattimenti. Quella fu l’ultima volta che la videro.

La perdita di familiari e amici era all’ordine del giorno.

Interi villaggi erano vittime dell’ordine ribelle e della violenza. Una spirale senza fine che teneva in ostaggio gli abitanti di queste zone rurali.

Le dinamiche erano sempre diverse, ogni famiglia ha una storia. Chi è stato vittima di estorsione, chi dell’arruolamento forzato, chi della lucida follia di ufficiali e paramilitari. Chi della cruda messa in scena del potere.

Il villaggio della mia amica S.

Un’amica S. Mi raccontò di quando nella piazzetta davanti casa, alcuni guerrilleros chiamarono tutti alla riunione cittadina che periodicamente si svolgeva e alla quale era impossibile sottrarsi. Li davanti a bambini e bambine mostrarono la testa di un prete che si era opposto allo stato delle cose. Lei chiese perchè ed il guerrillero rispose che si fa cosi con gli alberi che ti sbarrano la strada nel bosco.

L’ordine delle cose non cambiava se i villaggi erano ostaggi dei paramilitari. La violenza ha sempre lo stesso colore che sia di destra o di sinistra. Tra Rapimenti, estorsioni, massacri, intimidazioni, la gente ha continuato a vivere, resistere mentre nessuno li chiamava più per nome, viaggiavano solo tra etichette, guerrillero, paramilitare, spia.

“Eravamo come uno scudo, mi dice J. Giovane studente di filosofia, tra le loro pallottole che volavano c’erano le nostre teste. Tra i loro scontri, le nostre notti in bianco. Tra i loro coprifuoco scorreva il miglior tempo della nostra vita. Un’infanzia passata sotto il letto, aspettando notti più serene”.


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LORENZA STRANO – Appassionata di giornalismo e viaggi, instancabile volontaria per diverse associazioni e organizzazioni locali e internazionali, Lory Strano si è lanciata dopo la triennale in comunicazione nel mondo della cooperazione internazionale. Nel 2016, anno di conseguimento della laurea magistrale in Cooperazione e Sviluppo, è passata dal lavorare per una Ong ambientalista in Spagna a fare la ricercatrice per una università in Sud America. L’ultima tappa è stata la Colombia,  da dove racconta l’esperienza di una siciliana alle prese col mondo dei diritti umani in un paese lacerato dal conflitto e con tutte le carte in regole per fare la storia con il processo di pace.

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