Lavorare in una società multiculturale

foto di Dorotea Zanca

“Nel DNA del palermitano c’è quanto basta di arabo per farne un amante focoso e di spagnolo per farne un poeta fantasioso; furbo come un
greco, capzioso come un bizantino, ladro come un normanno, ma sempre seducente come un siciliano”
scrive  lo scrittore
siciliano G. Basile.

Passeggio per le vie del centro storico della mia bella Palermo e un po’ per deformazione professionale e un po’ per curiosità mi fermo
ad osservare le farmacie e provo ad immaginare come sarebbe lavorarci e la tipologia di clienti, o meglio pazienti, con cui dovrei confrontarmi e le
problematiche che mi troverei a risolvere. Mi guardo attorno e oltre me, e i miei due amici a fianco, di un italiano nemmeno l’ombra. E’ un formicaio di turisti e cittadini originari di ogni parte del mondo. Ci addentriamo nei vicoli attratti dalla musica etnica e dai colori delle vesti dei nostri concittadini, dai molteplici suoni di lingue sconosciute, parlate in arabo, in spagnolo, da ritmi orientali che rimandano a souk e bazar.

Un innumerevole insieme di comunità che insediatisi, hanno formato sottoborghi che costituiscono il tessuto sociale della città. Palermo è tornata ad essere la “capitale” multietnica e multiculturale di un tempo.

Qui, la signora chic e la sua lotta contro i segni del tempo, il signorotto facoltoso stressato dal troppo lavoro, il ragazzo con il borsone da cui esce la racchetta da tennis e il suo imminente bisogno di un ricostituente, o l’arzilla ottantenne di tutto punto vestita che allevia la solitudine con una bella chiacchierata al banco( non curante della fila che si accumula alle sue spalle!), lasciano spazio ad altre problematiche.

foto di Dorotea Zanca

La farmacia, in quanto presidio sanitario fondamentale delle cure primarie, e i suoi professionisti assumono un ruolo da protagonisti tra le figure sanitarie deputate alla prevenzione delle malattie, alla restituzione della salute, e alla cura delle patologie croniche. Occuparsi di sanità in una società multiculturale, pertanto, implica necessariamente un approccio trans-culturale che tenga conto dei diversi concetti di salute, prevenzione, malattia e morte presenti nelle varie culture. Senza questo presupposto qualunque approccio agli utenti immigrati è destinato a fallire.

Consideriamo che nella maggior parte dei paesi di provenienza dei migranti presenti nel nostro paese infatti, l’accesso ai servizi sanitari avviene solo in situazioni di bisogno acuto, nell’emergenza; i migranti sono per lo più culturalmente lontano dal concetto di prevenzione che implica il sottoporsi ad esami anche in condizioni di perfetto benessere o di assumere terapie croniche pur essendo asintomatici. Quando si rivolgono al medico o al farmacista  di solito hanno un bisogno immediato. Un po’ come facevano i nostri nonni e bisnonni!
L’approccio sanitario, dovendo necessariamente tener conto delle differenti concezioni della vita, del corpo, della salute, della malattia o della sessualità, deve tener sempre presenti molteplici elementi socio-culturali e antropologici, non potendosi più dare per scontata una comunanza nei criteri di giudizio tra l’operatore e il paziente.

La comunicazione diventa essenziale. Già, ma come comunicare? E cosa si aspetta un cittadino straniero da un professionista?

Innanzitutto immedesimiamoci. Ricordando di quando andiamo in vacanza in un paese straniero in cui non conosciamo la lingua e la primapreoccupazione è ottenere ciò di cui abbiamo bisogno senza essere fraintesi o imbrogliati. Rivolgiamoci con sorriso e sguardo accogliente, magari con un saluto in lingua. Cerchiamo di abbattere le barriere comunicative e linguistico-culturali. E’ necessario stabilire un rapporto di fiducia con atteggiamento d’apertura e acquisire nozioni di ordine psicologico, antropologico, etnologico, che consentono di inquadrare adeguatamente la persona che abbiamo di fronte, eliminando la visione del migrante untore, vettore di pestilenze. Liberiamoci dal concetto di “normalità civilizzata” (cit. G. Tomasi di Lampedusa) facendo intendere che gli “altri”, in quanto stranieri sono anormali e incivili.
La conoscenza delle varie culture, usi e costumi è fondamentale ed è ciò che  permette a tutti di essere efficienti ed efficaci nello svolgimento della propria professione. Sicuramente trasformare queste parole o propositi in fatti non sarà semplice ed immediato. A molti potrebbe apparire solo un volo pindarico!
Io, nel mio piccolo, ascoltando le interviste di alcuni mediatori culturali (Marocco, Cina, Senegal, Pakistan,Russia)  ho già qualche spunto per risolvere i problemi digestivi e intestinali dei  musulmani in periodo di ramadan, per  fare educazione al corretto utilizzo dei farmaci ed informazione sulla posologia, per parlare, senza offendere, un cinese.

La comunicazione e la narrazione hanno una funzione terapeutica.

L’ approccio “narrativo” alla malattia (il racconto della vita e delle esperienze, l’attenzione alla storia e ai contesti sociali di provenienza) è un sistema per entrare in relazione e liberare i bisogni
individuali legati alla condizione di migrante.
 “Il rispetto per la diversità fra le culture, la tolleranza, il dialogo e la cooperazione, in un clima di fiducia e la comprensione reciproca, costituiscono le migliori garanzie per la pace e la sicurezza internazionale
(UNESCO: dichiarazione su “identità, diversità e pluralismo”)

 

VALENTINA PROVENZANO – E’ una farmacista iscritta all’ordine di Palermo. Laureata nel 2012 presso l’ Università degli studi di Palermo presentando una tesi sperimentale su nuovi derivati antitumorali.
Attualmente collabora con un team di oncologi in clinica privata.

Ha lavorato in farmacia e parafarmacia distinguendosi per professionalità, competenza, gentilezza e disponibilità, riuscendo a creare un ottimo rapporto di fiducia, rispetto e fidelizzazione con i pazienti.
Amante della natura e degli animali, predilige lo sport all’aria aperta. E’ affascinata dalla luna e s’incanta davanti un tramonto che non riesce a non fotografare.
Sensibile, razionale, meticolosa, con buona capacità di ascolto e con uno spiccato senso di giustizia e del dovere , ha iniziato la sua avventura con il MIF di recente, attratta dalle iniziative e dallo scopo del consultorio, pronta a schierarsi con i più deboli in nome dell’ informazione semplice e accessibile a tutti.

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