O ti amo o ti ammazzo: quando le carezze nascondo pugni

Il titolo di questo articolo non può non ricordare una famosa canzone d’amore di Adriano Celentano, celebre cantautore italiano.

La chiave di lettura di questa canzone è riscontrabile nella metafora del pugno chiuso della mano come manifestazione fisica del dissidio dell’animo causato dall’assenza della donna amata.

L’unica consolazione che ne deriva è sapere di essere contraccambiato nel pensiero dell’amata, la quale riesce non solo ad appagare, ma altresì convertire di segno, il dolore dell’innamorato, al punto tale da trasformare l’irrigidimento e la chiusura della mano in un gesto di tenerezza tipica dell’amore: la carezza.

Alla luce dei recenti fatti di cronaca, queste parole gentili e poetiche sembrano quanto mai anacronistiche e fuori dal tempo. Il pugno chiuso dovuto all’assenza della donna amata si trasforma non più in un gesto nobile, ma in violenza fisica vera e propria: le carezze e i baci lasciano il posto alle percosse tanto verbali quanto fisiche.

Donne abusate, maltrattate, oltraggiate, dagli uomini che avrebbero dovuto amarle, che avrebbero dovuto proteggerle. Le mani degli uomini violenti lasciano ferite, lasciano lividi,così nel corpo che nell’anima.

La mancanza e la nostalgia di cui Celentano si fece interprete nel 1968, viene svilita dalla follia violenta dell’uomo, il quale spesso, troppo spesso, non riesce a gestire l’abbandono, il libero arbitrio della propria compagna.

Basta avvicinarsi a qualsiasi organo di informazione per sentire frasi ricorrenti quali: << l’ho uccisa perché la amavo troppo>> o ancora << non riuscivo a vivere senza di lei>>.

La ripetitività assillante di queste storie di violenza, sembra essere entrata nella quotidianità al punto tale da non causare più scalpore; ma non ci si può, non ci si deve abituare, a frasi simili in una società degna di essere definita civile.

La modernità e il progresso sociale ed economico ha, tuttavia, permesso il degradamento e la corrosione della figura della donna angelo, tutta trecentesca, che soleva guardare alla donna come portatrice di beatitudine, preferendole, invece, una figura nemica, portatrice di dolore e dissidio, che merita per questo ‘’punizioni’’ con percosse o, nei casi più gravi, con la morte, al pari di un oggetto da abolire quando ha terminato la sua funzione di appagamento.

La concezione dantesca della donna secondo cui <<par che sia una cosa venuta//da cielo in terra a miracol mostrare>>, lungi dall’essere uno dei versi poetici più carichi di significato simbolico, oggi viene quasi decontestualizzato e denaturato del suo significato di unicità e purezza: non solo sembra non rispecchiare più la donna come unico mezzo celestiale di ingentilimento del cuore dell’uomo, la sola in grado di predisporlo alla virtù e di elevarlo a Dio, ma rischia, altresì, di apparire come un reperto archeologico, come qualcosa non più attuabile, arroccato fuori dal tempo e dallo spazio.

Ma davvero al giorno d’oggi la concezione dell’amore cortese non è più attuabile?

Davvero la figura della donna non può non essere separata dalla sessualità e dall’aspetto carnale? Non è dunque possibile scindere il sesso femminile dall’erotismo, come se l’una fosse una concausa dell’altra? Eppure nei laboratori scientifici l’uomo è riuscito a scindere gli atomi nelle sue molecole costituenti, qualcosa di impensabile fino a qualche secolo fa; eppure liberare la figura della donna dalla sua capacità riproduttiva e di possesso sembra un’operazione quanto mai complessa, lontana e di difficile attuabilità.

La donna, la sfera del femminile, nasconde tanto altro,un microcosmo tutto da scoprire che rischia di essere continuamente oltraggiato, offeso e abusato.

La digressione sullo stilnovismo non vuole essere un mero tentativo romantico e mieloso di guardare al passato con nostalgia, ma vuol essere un focus, attraverso questa forte antitesi tra passato e presente, che permetta con facilità esplicativa, di portare alla luce una situazione quantomai attuale e urgente: la violenza sulle donne.

In molti, troppi casi, questi raptus violenti sfociano nell’omicidio della donna e spesso nel suicidio dello stesso assassino; quando questo non avviene e il presunto colpevole viene arrestato, si scopre che alla base della follia omicida vi sia il <<troppo amore>>, la <<gelosia>> o l’infondata <<paura di perderla>>.

Queste frasi sono ricorrenti alla stregua di una pièce teatrale, che ha spesso un finale macabro e interpreti sempre diversi, per età e provenienza sociale ecc.

Questa spirale di terrore deve essere interrotta e merita giusta attenzione degli organi competenti e dell’opinione pubblica, non possiamo assopire le nostre coscienze permettendo a ciò che è aberrante, di diventare normalità.

Sarebbe necessario,oltre a formulare considerazioni su questi orribili fatti di violenza, individuare il punto di partenza e i fattori scatenanti della follia omicida, per poterlo prevenire e intervenire prima che sia troppo tardi.

Il genere maschile e femminile sono da sempre contrapposti, l’uno l’antitesi dell’altra, in un chiasmo primordiale che prende le origini dalla diversità oggettiva di sesso e configurandosi come essere inferiore,o nei casi più estremi, privo di valore.

Ma non è sempre stato così: agli albori delle civiltà preurbanizzate, (oriente, Mesopotamia) organizzate secondo i primi modelli sociali in fase embrionale, la figura del femmineo era degna di venerazione perché assimilabile alla figura della dea Madre; l’immagine della donna era sovrapposta a quelli della fertilità e quindi degno di venerazione, configurandosi nelle svariate forme artistiche, murali e scultoree, con curve generose e ventre pronunciato, in quanto simbolo del principio creatore del mondo.

Nel corso dei secoli, con l’inesorabile mutamento dei modelli sociali, si è abbandonata la figura del logos femminile a favore di una più spietata realtà tutta maschilista e patriarcale, che tendeva a rilegare il ruolo della donna alla cura della prole e al focolare domestico con conseguente esclusione in ambito politico, religioso e sociale.

ph Dorotea Zanca

 

Questa spirale di ingiuste legate a filo doppio con la violenza, attraversa in modo trasversale ogni cultura e ogni continente.

Ponendo l’attenzione ai recenti fatti di cronaca nera, si noterà che la violenza subita dal sesso femminile, presenta molto spesso dei tratti comuni, i quali si configurano sotto forma di aggressione fisica che spesso vede coesistere anche la violenza sessuale, le persecuzioni, i ricatti e le minacce; quando queste violenze non vengono riconosciute in tempo come pericolo e non vengono denunciate, spesso portano al femminicidio, parola tristemente conosciuta in tutto il mondo, legata alla disparità sociale tra uomo e donna. Questo insieme di atti violenti può essere accumunato, per l’immediatezza esplicativa, alla violenza di genere che accomuna, sotto un’unica categoria una vastità di comportamenti lesivi, che uomini, con piena o parziale coscienza delle proprie facoltà mentali, molto diversi tra loro per nazionalità, livello di scolarizzazione,età, condizione sociale, compiono ai danni delle donne , tanto all’interno del proprio nucleo familiare , (mogli,compagne) quanto all’esterno (ex fidanzate, mogli).

Ancora oggi, molti gruppi sociali e minoranze etniche restano fedeli al principio di subordinazione del sesso femminile e quello maschile, sebbene questo mancato superamento di differenza di genere, precluda loro l’integrazione tra la cultura migrante e quella ospitante.

La massiccia presenza di flussi migratori che continua ad interessare le coste del mediterraneo, fanno emergere numerosi episodi di violenza che presentano il medesimo modus operandi che accomuna i protagonisti in una fitta rete di atti persecutori e intrecciati, dove i protagonisti risultano medesimi in un plotting di storie di terrore ingiustificato: i membri maschili del nucleo familiare commettono di consueto atti violenti, a danno di una delle donne di casa, solitamente la più giovane, solo perché quest’ultima esprimeva il desiderio di emanciparsi dal gruppo sociale di appartenenza per ‘’confondersi’’, mimetizzarsi ed essere così accolta, dal nuovo modello di vita occidentale conosciuto conseguentemente alla migrazione dai paesi di provenienza.

Senza scendere nel dettaglio dell’argomento religioso, è importante sottolineare come le principali componenti di un dato contesto culturale (politica, religione ecc.) incidano sulla vita di ogni singolo individuo, condizionandola, specialmente se donna; la cultura e il rispetto per il femminile, non sempre vanno di pari passo: in molte società ritenute civili, dove lo stato è laicizzato e dove la libera affermazione dell’individuo si impone come principio della società stessa , vi è una sorta di antitetico metro di misura per discernere la condotta dell’uomo da quella della donna. Al sesso maschile sono giustificati, o talvolta apprezzati, una vasta gamma di comportamenti che per una dona, invece, risultano essere assolutamente sconvenienti o vietati. Un esempio di immediata comprensione potrebbe essere fornito dalla doppia morale circa i costumi e le abitudini sessuali di uomini e donne: un uomo che ha più partner oltre quella ufficiale, e che è dunque sessualmente promiscuo, viene reputato un uomo in gamba da cui prendere esempio; a tal proposito: se una donna fosse invece sessualmente promiscua? quale immagine le verrebbe attribuita? La risposta è sicuramente un’etichetta, uno stigma che difficilmente sarà possibile toglierle.

Questo esempio, molto conosciuto dalle famiglie del mezzogiorno, dove il legame e il senso della famiglia è molto forte,può indurci a sorridere, ma il riso cede immediatamente il posto alla preoccupazione davanti alle centinaia di vittime sfregiate dall’acido e dai lividi, o nei peggiori dei casi, uccise e private in modo indelebile della propria indipendenza, della propria libertà.

Dagli anni’50 ad oggi la situazione è sicuramente cambiata dal punto di vista teorico sull’identità e sulla libertà di genere, sul lato pratico bisogna ancora lavorare per abbattere questo muro di ipocrisia che fa la spola tra il giudizio benpensante della buona creanza e l’assoluta libertà di espressione e affermazione femminile.

ph Dorotea Zanca

Il filo che lega cultura e società, porta inevitabilmente ad analizzare cosa era previsto poco più di trenta anni fa, fino al 1981 nel codice penale italiano; nel nostro ordinamento giuridico esisteva la norma di cui all’art 587 c.p. secondo la quale <<chiunque cagiona la morte del coniuge della famiglia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale o nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a 7 anni [anziché la pena non inferiore a 21]>>.

Nonostante gli indiscussi progressi in campo giuridico ed etico che dopo i fermenti degli anni ’70 portarono verso una maggiore consapevolezza del diritto e della libertà della donna in quanto persona, molto resta ancora da fare sul piano della violenza di genere.

A questo proposito è opportuno ricordare un episodio che sconvolge e indigna ancora oggi, per la sua ferocia e crudeltà: il rapimento il 9 marzo 1973 a Milano, ai danni di Franca Rame, ad opera di cinque uomini, i quali dopo averla costretta a salire su un camioncino,cominciarono a sottoporla a sevizie e ad ogni tipo di violenza per cinque lunghe ore. Un piano studiato nei minimi dettagli per colpire la compagna di Dario Fo, ch collaborava nelle carceri con soccorso rosso ed era molto attiva nell’ambiente politico. Per quello stupro, maturato negli ambienti di estrema destra, da gruppi neofascisti, non c’è mai stata nessuna condanna, ma a 25 anni dal fatto, solo una prescrizione che fece ricevere la violenza alla povera Franca per ben due volte: la prima nel fisico, la seconda morale, in quanto questo atto vile non conobbe giustizia.

Col passare degli anni, Franca ha dato voce alla condizione di tante, troppe donne vittime di stupro. Nel 1975 ricorre a un’ <<analisi teatrale>>, dove la catarsi dal dolore e la cura dell’animo , non sono da ricercarsi nel lettino di uno psicologo, ma sul palco, per condividere ma soprattutto per esorcizzare, quelle ore di insensata follia criminale. Le sue parole sono nette, fredde, calcolate, libere da ogni filtro, proprio per creare un’empatia diretta tra lo spettatore e il messaggio veicolato dall’opera. Franca non si è arresa all’empatia al dolore, ma ha cercato di dare voce all’orrore che, come lei, molte donne vittime di violenza sono costrette a subire, soprattutto durante il momento della denuncia (<<lei ha goduto?>>,<< ha raggiunto l’orgasmo?>>, <<se si, quante volte?>>), come scrisse la stessa Franca nel suo monologo teatrale, riportando le parole dei medici, avvocati e poliziotti.

Donne abusate, donne violate, mortificate nel corpo e nello spirito, dove rimangono i segni indelebili di una società che pensa più all’apparenza che ala forma, al continuo oscillare dialettico, oserei dire di natura hegeliana, tra l’immagine di libertà ed emancipazione della donna e il soffocante controllo, possesso.

Quando si potrà superare tutto questo?quando una donna sarà libera di decidere liberamente del suo destino e di interrompere il legame malato con il proprio partner che la soffoca, la oltraggia, la picchia?

Le domande su questo delicato argomento di sprecano e rischiano di rimanere senza risposta se non si affronta prontamente la questione, tanto a livello normativo, quanto a livello dell’istruzione e della comunicazione di massa.

Un punto deve essere chiaro ad ogni ambito della vita societaria: l’esistenza della donna è indispensabile, intrecciata a quella dell’uomo, la quale, è legata a quella di quest’ultima e viceversa.

Sebbene dal punto di vista normativo e giuridico ci sia stato un evidente passo n avanti verso la tutela delle donne vittime di violenza, molto deve essere ancora fatto sull’abolizione del modello maschile come dominante.

La violenza di genere,le barbarie che in ogni parte del mondo milioni di donne sono costrette a subire, rischia di diventare un virus che contamina, inquina, i tessuti della società ad ogni livello culturale.

Secondo una ricerca della Harvard University, per le donne tra i 15 e i 44 anni, la violenza è la prima causa di morte o di invalidità: ancor più del cancro, della malaria e perfino della guerra. Le statistiche comunitarie ci dicono, in base ad indagini sui dati inerenti i reati negli stati membri, che in Europa la violenza rappresenta la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50 anni e nel nostro paese si ritiene che ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato. In Italia è del 1998 la prima ricerca condotta dall’ISTAT, su mandato del Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri alle Pari Opportunità, sulla violenza sessuale. Gli unici dati quantitativi che raccontano della violenza verso le donne sono quelli dei centri antiviolenza, attivi dal 1980 in molte città italiane, e di alcune indagini e studi, tra cui le ricerche-azione sulla percezione della violenza verso le donne, finanziate dal progetto “Rete antiviolenza tra le città Urban Italia”, con il coordinamento del Dipartimento delle Pari Opportunità, che hanno coinvolto 8 città nella prima fase e 18 nella seconda. Il modello di intervento proposto è quello di coniugare diversi livelli di indagine sulla percezione della violenza verso le donne (donne e uomini, operatori, testimoni privilegiati, donne che hanno subito violenza), con differenti strumenti (quantitativi e qualitativi), e lo sviluppo di un’azione locale di stimolo alla creazione di una rete contro la violenza, iniziando da un ciclo di formazione rivolto a chi opera a contatto con donne o minori. E’ nei primi anni ’70 che in Europa si strutturano centri antiviolenza e case rifugio, che si costituiscono a partire dall’esperienza del movimento delle donne, divenendo negli anni servizi dalla parte delle donne sempre più specializzati. I Italia i primi centri aprono a partire dagli anni ’80. Sono gli anni del dibattito sulla legge contro la violenza sessuale, che coinvolge tutto il movimento femminista e che porteranno alla modifica del testo di legge solo nel 1996. Ed è del 1997 la Direttiva del Presidente del Consiglio, che partendo dalla Piattaforma di Pechino, ha impegnato il Governo e le istituzioni italiane a prevenire e contrastare tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne, dai maltrattamenti familiari al traffico di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale. E’ del 2001 la Legge 154 sull’allontanamento del familiare violento per via civile o penale. Infine, è del 2011 La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul) è una convenzione del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed aperta alla firma l’11 maggio 2011 a Istambul (Turchia). Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli. È stato firmato da 32 paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo paese a ratificare la Convenzione, seguito dai seguenti paesi nel 2015: Albania, Portogallo, Montenegro, Moldavia, Italia, Bosnia-Erzegovina, Austria, Serbia, Andorra, Danimarca, Francia, Finlandia, Spagna, Svezia.

Il 19 giugno 2013, dopo l’approvazione unanime del testo alla Camera, il Senato ha votato il documento con 274 voti favorevoli e un solo astenuto.

I centri e le case rifugio in Italia si strutturano in questi ultimi 40 anni, oggi sono diffusi sul tutto il territorio nazionale. A Palermo da moltissimi anni l’associazione le Onde ONLUS, gestisce due case rifugio, la Casa delle Moire e la Casa di Maia, un centro Antiviolenza gestito da professionisti e da operatrici di accoglienza, che lavorano in equipe mantenendo un alto livello di professionalità.

In questi ultimi anni i dati sconvolgenti, aiutano meglio a comprendere come il fenomeno sia una vera e propria emergenza sociale, che come tale, necessita di essere contrastata con uno sforzo comune e unanime di <<tutti i soggetti istituzionali, sociali, famiglia e scuola in primis>> afferma Agnese Ranghelli, sottolineando la necessità morale degli adulti di assumere la responsabilità e il dovere educativo della preparazione alle generazioni del futuro.

Il silenzio è senza dubbio la prima peggior forma di accettazione da sradicare nella lotta alla violenza: le donne speso tendono a rinchiudersi in un limbo omertoso misto a vergogna che impedisce loro di denunciare le violenze subite agli organi competenti, dirigendo in modo inconsapevole e graduale, la loro vita verso un turbine di maltrattamenti che spesso trova l’incipit in un semplice strattone, che il giorno seguente diventa uno schiaffo o peggio ancora un pugno o un calcio.

Le campagne di sensibilizzazione fatta da ‘’donne’’ per le ‘’donne’’, hanno sicuramente sensibilizzato al riconoscimento preventivo degli atteggiamenti aggressivi e violenti dei propri compagni,avviandole a voce accorata verso la denuncia degli organi competenti. La nascita di molte Associazioni ha permesso di sostenere, accogliere e proteggere molte donne vittime di violenza.


Fortunatamente, oggi dei passi avanti sono stati fatti sull’argomento della violenza di genere, al punto tale da essersi meritato l’istituzione della giornata mondiale che si svolge il 25 novembre di ogni anno con manifestazioni in ogni parte del mondo.

ph Dorotea Zanca

Alla luce dei recenti fatti di cronaca, si è notato come sia importante ‘’lavorare’’ sulla mentalità della donna, la quale possa riconoscere in tempo e in autonomia gli atteggiamenti violenti e tutelarsi così, prima che possa essere troppo tardi, da tutte le numerose sfaccettature in cui gli atti violenti si declinano nella vita quotidiana: violenza verbale (battute sessiste, complimenti spinti), violenza della libertà personale ( compagni o mariti che allontanano gradualmente dagli affetti,dall’ambiente di lavoro) violenza fisica (percosse,abusi sessuali), msse diabolicamente in atto per soggiogare e rendere gradualmente la donna in una condizione di sudditanza psicologica tanto da indurla all’assoluto controllo e all’emarginazione.

Sebbene tanti passi avanti siano stati fatti in campo giuridico (con l’istituzione del reato di stalking) e sociale (istituzione del neologismo di femminicidio, istituzione della giornata mondiale della violenza sulle donne, campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei media) tanto deve essere fatto ancora sul piano morale e umano, poiché anziché veder diminuire il numero degli abusi ha visto aumentare le donne vittime di violenza.

Nascondere un pugno o uno schiaffo dietro ad una carezza, confondere il possesso e il controllo dietro qualcosa di più grande, è orrore, non amore, poiché esso ha inseto al suo interno il concetto stesso di libertà per esistere: l’amore nobilita, non soffoca, non uccide, ma è la possibilità di avere il libero arbitrio di fare le proprie scelte, di scegliere come vestirsi ma soprattutto colui da amare.

A tutte le donne uccise da questi ‘’amori malati’’, da queste assurde sudditanze psicologiche, che hanno dei nomi, o nei casi più sfortunati avevano, un lavoro, una famiglia ed è opportuno dare loro voce, soprattutto a chi quella voce non ce l’ha più perché messa a tacere per sempre; le vittime devono uscire dall’ombra in cui la violenza le ha rilegate, non si può più voltare la testa dall’altra parte e ignorare questa marea di vittime, questa mattanza silenziosa che ogni anno crea un numero di vittime sempre più numeroso.

In attesa che gli organi competenti dello stato disciplinino con pene più severe e certe come principale deterrente ai maltrattamenti, la violenza di genere, tutti noi potremmo, anzi dobbiamo, indistintamente uomini e donne, impegnarci ad educare le nuove generazioni al rispetto della diversità per sradicare finalmente il taboo della buona creanza e avere il coraggio della libera predisposizione all’emancipazione, in una società ancora oggi maschilista e fondata sulla dicotomia uomo-donna, ormai antiquata e priva di senso in una società, che come la nostra, vuole imporsi come ‘’moderna’’ e ‘’civile’’.

Un grazie particolare all’Associazione “LE ONDE ONLUS” e a mia sorella Francesca Serio per il supporto scientifico e morale.


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ANTONELLA SERIO –  Insegnante di Scienze Umane nelle scuole secondarie di secondo grado, Educatrice/Pedagogista della Casa di Maia (Le ONDE ONLUS Palermo) Presidente  dell’Associazione di Volontariato Arciragazzi Palermo in tutele dei diritti dei minori.

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