Capitolo 7: una nuova percezione del tempo…

Giorni e giorni passavano in un secondo e minuti duravano un’eternità. Durante il mio soggiorno in Colombia il senso del tempo si è trasformato quando il mio sguardo si è posato sulla vita de Los Montes de Maria. Ricordi di dolore che dilatano le ore e si fanno infinite mentre io penso se sia facile o difficile trovare definizioni comuni di violenza, io che da siciliana guardo per la prima volta questo nuovo mondo.  Erano impressionanti le conversazioni con il professor L., mentre tutti i media cercavano buoni e cattivi, noi passavamo ore a analizzare le dinamiche del conflitto e non solo. Io gli parlavo della Sicilia, di quanto fossi innamorata di quella terra dal sapore amaro, dove di violenza sono fatte le cose. Lui mi parlava del lato umano di quella stessa violenza, non la giustificava ma la riconosceva come frutto di un dolore comune a tutti i colombiani. Il dolore che ti dà l’ingiustizia, la disuguaglianza, il potere quando si fa oppressione.

Insieme abbiamo osservato il silenzio per tutte le vittime nelle sere fresche e solitarie di questi paesini. Da lui ho appreso quanto il concetto di vittima fosse ampio e non mi dimenticai più della storia dei carnefici nè della forza di quelli che adesso chiamavamo “sopravvissuti”, cioè tutti coloro che hanno subito il conflitto ma hanno resistito. Ho guardato negli occhi chi è sopravvissuto, abbiamo condiviso colazioni, pranzi e serate danzanti. Ho ascoltato le loro storie, devo trattenere le lacrime, allontanarmi dal pc ed avvicinarmi con il pensiero alle loro voci per poter scrivere. In quanto sopravvissuti, è così che voglio chiamarli ed affermarli, in loro riposa a volte un silenzio complice e altre una resistenza umana a una violenza che io ho sentito umana sebbene orribile e macabra.

 

Ne Los Montes de Maria, ci si è nascosti per troppo tempo, rifugiati nel terrore paralizzante, nella fuga che libera e che allo stesso tempo scaraventa nel buio. La mia amica S. mi ha raccontato con dolore tutte le volte in cui ha dovuto lasciare casa nei suoi soli 22 anni. Tutto ricominciava da capo, la situazione si faceva invivibile, e dovevano andar via. Quando scapparono la prima volta non ebbero il tempo di afferrare nulla. L’esercito stava in cima alla montagna e i paramilitari volevano conquistare il paesino. Tutti quella notte lo lasciarono. Sotto una pioggia battente la piccola S. con la madre e i fratelli si rifugiarono nel monte. Poi il buio. Mangiavano pasta e cipolla per sopravvivere ed erano ospiti da una signora che li accolse in casa senza nemmeno conoscerli. Adesso dopo varie vicissitudini, hanno vinto una casa costruita dall’Unione Europea per le “vittime” in un quartiere fangoso del municipio di Ovejas.

Io sono entrata in punta di piedi nelle loro vite nascoste che gridano per i diritti ed ho subito ballato. Al ritmo dei loro traumi, al suono delle loro battaglie, ascoltando risate e lacrime.

I pavimenti sono di cemento cosi come dalle mura emerge lo scheletro della povertà. Nulla da dipingere, solo l’esterno ha un colore rosa acceso. La cucina ha qualche stoviglia di fortuna e il bagno un secchio per la doccia. Nei 5 giorni passati con loro,  non è mai mancato un piatto per i figli dei vicini. Loro possono accendere il gas 2 volte al giorno, altri solo una volta.
Mi vennero in mente forti le parole del prof, le storie di queste persone meritano di essere conosciute, vai, raccoglile, torna con vite vere che parlino di resistenza. In realtà era preoccupato per me, straniera, sola e avventuriera, mi chiamava tutti i giorni per controllare che tutto andasse bene, le sue parole mi infondevano coraggio e con quello continuai a scrivere.
La madre di S. mi portava la papaya a letto tutte le mattine, mi diceva che un giorno l’avrei ripagata semmai fosse riuscita a venire in Europa. Era arrabbiata, perchè alle “vittime” non era stato dato il giusto risarcimento. Pochi pesos una tantum senza nessun programma che potesse far ripartire le loro economie.
Probabilmente non verrà mai in Sicilia ma il ricordo di questa donna forte che continua a combattere per i diritti, che dà tutto ciò che ha pur avendo poco resterà indelebile.

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LORENZA STRANO – Appassionata di giornalismo e viaggi, instancabile volontaria per diverse associazioni e organizzazioni locali e internazionali, Lory Strano si è lanciata dopo la triennale in comunicazione nel mondo della cooperazione internazionale. Nel 2016, anno di conseguimento della laurea magistrale in Cooperazione e Sviluppo, è passata dal lavorare per una Ong ambientalista in Spagna a fare la ricercatrice per una università in Sud America. L’ultima tappa è stata la Colombia,  da dove racconta l’esperienza di una siciliana alle prese col mondo dei diritti umani in un paese lacerato dal conflitto e con tutte le carte in regole per fare la storia con il processo di pace.

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