Reportage Colombia, capitolo 10: il tesoro di luoghi e persone che si portano a casa

Quando il viaggio sta terminando lo senti. Un brivido ti attraversa, senti già la nostalgia, ti senti un po’ ladra, per aver rubato il loro, mescolato le loro emozioni, riportato in vita ferite e ricordi. Ti senti più ricca ma il tuo cuore quasi non ce la fa più, il corpo è stanco di assorbire tanto sole e tanto camminare.

Mi lascio andare al posto. Conosco un gruppo di indigeni, mi portano al loro luogo sacro, un albero di banane di cui loro sentono l’energia. Un bastone di legno è l’arma per difendersi, uno solo di loro ha l’autorità per tenerla, lui è il guardiano. Mi raccontano lo strazio di lasciare la casa durante il conflitto e ritrovarsi a vivere a La Pista. Quel luogo era una pista di atterraggio, trasformato durante gli anni della violenza in un quartiere di sfollati, una strada lunga di polvere rossa, dove indigeni e afrodiscendenti convivono pacificamente condividendo il loro comune destino di sopravvissuti.
Ripenso al Prof, so che lo vedrò presto a Cartagena, mi mancano le sue riflessioni e i suoi abbracci rassicuranti. Lui mi crede quello che forse mai sarò in quella cupa terra che non sa sognare: una vera reporter.
Glielo lascio credere e forse lo lascio credere anche a me, che questo viaggio sia un vero cammino verso il mio reportage. Comincio a sentire già la nostalgia mentre il panorama si fa sempre più straziante. Ci sono dei bambini che si fanno il bagno in un’acqua lurida, accanto le mamme che lavano i piatti nella stessa acqua. Nuotano e mi salutano. Non sanno che è una multinazionale  che produce olio di palma ad aver preso tutta la loro acqua e a sporcare quel poco che resta.
Incontro D. che lotta da anni per l’acqua, è minacciato di morte ogni giorno che passa ma lui non vuole fermarsi. Io vorrei fermarmi lì con lui, con loro e lottare ma sento che la strada mi chiama, devo tornare.
Ritorno a Cartagena, dai colori, dalle scene familiari a cui mi sono abituata e da quelle a cui non mi abituerò  mai. Il sole è caldo, scendo dal taxi in fretta perché non vedo l’ora di riabbracciare L. il professore e raccontargli tutto, a lui che è l’unico che io senta vicino.
Sto per entrare in ascensore e incontro W, il musicista pieno di sogni che avevo conosciuto i primi giorni. Mi dice che ha smesso di spendere soldi per la cocaina, adesso fa anche la guida turistica, ha una fidanzata e si stanno trasferendo nel mio stesso condominio.
Era stato un lungo inverno per lui che adesso si lasciava alle spalle. Così come l’inverno  che anch’io avevo lasciato alle spalle, consumando km che inaridivano il paesaggio ma che lasciavano spazio a un verde prezioso. Non ho mai capito come quei colori potessero fondersi cosi poeticamente, sarà la magia inspiegabile che abita quei luoghi.  Quell’inverno mi fa compagnia anche qui nel mio nuovo posto nel mondo, il semi arido brasiliano, assetato e secco.

La sensazione del viaggio costante e degli spazi dei ritorni che portano ad altri viaggi ha accompagnato questi scritti, lenti e laboriosi. Compagni del processo comune ad ogni rientro, quello che ti porta al superamento della nostalgia e al racconto che libera. Grazie a chi ha accompagnato questa fuoriuscita libera di pensieri disordinati, di ricordi intrappolati, di sentimenti aggrovigliati. Grazie al prof. L che ha sempre saputo vedere in me ciò che non vedo. Forse in un’altra vita ci saremmo amati eternamente. Grazie a chi ha letto e a chi mi ha saggiamente consigliata, grazie a chi si è lasciato andare alle parole e ha cercato di immaginare.

Spero di aver contribuito alla vostra capacità di immedesimarvi, non perdetela mai, è la chiave per la vera comprensione del mondo e di noi stessi.

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LORENZA STRANO – Appassionata di giornalismo e viaggi, instancabile volontaria per diverse associazioni e organizzazioni locali e internazionali, Lory Strano si è lanciata dopo la triennale in comunicazione nel mondo della cooperazione internazionale. Nel 2016, anno di conseguimento della laurea magistrale in Cooperazione e Sviluppo, è passata dal lavorare per una Ong ambientalista in Spagna a fare la ricercatrice per una università in Sud America. L’ultima tappa è stata la Colombia,  da dove racconta l’esperienza di una siciliana alle prese col mondo dei diritti umani in un paese lacerato dal conflitto e con tutte le carte in regole per fare la storia con il processo di pace.

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