Smetto quando voglio: dall’abuso alla dipendenza

Quante volte ravvisando un comportamento o un’ abitudine scorretta e dannosa, magari da qualcuno che accende l’ennesima sigaretta, o che tracanna l’ ennesimo cocktail o caffè, o si appresta a fumare “solo” una  canna, vi siete sentiti rispondere: “tanto smetto quando voglio!”?

Tuttavia gli effetti che le sostanze da abuso provocano sia a livello fisico che a livello psichico non rendono l’esclamazione di facile attuazione.

Il confine tra abitudine e dipendenza si assottiglia se consideriamo che le sostanze e/o gli oggetti  d’appagamento del piacere creano perdita della capacità di controllo sull’ abitudine (craving).

Quando la semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica si sfocia nella condizione patologica.

L’OMS definisce la dipendenza patologica come:

“Quella condizione psichica e talvolta anche fisica, derivata dall’interazione fra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comportano sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico allo scopo di provare i suoi effetti psicologici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.”

 Una dipendenza può essere:

  • Fisica, quando l’organismo del soggetto che abusa di una determinata sostanza aumenta la sua soglia di tolleranza nei confronti della stessa, richiedendone dosi sempre più massicce per ottenere lo stesso effetto;
  • Psichica, talvolta accompagnata da malessere corporeo, ed è legata ad una voglia assoluta di utilizzare quella determinata sostanza, di cui non si riesce a fare a meno. Si può essere dipendenti da droga, alcol, tabacco o anche da internet e cellulare, da sesso, da gioco d’azzardo, da cibo.

La dipendenza fisica, prodotta essenzialmente dai condizionamenti neurobiologici, è superabile con relativa facilità; la dipendenza psichica, difficile punto nodale della tossicodipendenza, richiede interventi terapeutici lenti, complessi e ad ampio raggio, coinvolgendo spesso i familiari che stanno attorno alla persona dipendente.

Le forme più gravi comportano dipendenza fisica e psichica con compulsività, cioè, ad esempio, con bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende per risperimentarne l’effetto psichico ed evitare la sindrome di astinenza.

La compulsività si associa al bisogno di assumere la droga (e in genere la sostanza o il comportamento stimolante la dopamina) in dosi sempre maggiori, perché si crea assuefazione, con un innalzamento della soglia di tolleranza e nello stesso tempo desensibilizzazione: per avere lo stesso piacere nei recettori servono quantità maggiori di dopamina (che vengono tollerate, ma allo stesso tempo si è meno sensibili), e in secondo luogo a parità di dopamina prodotta nel cervello servono quantità sempre maggiori dello stimolante.

L’abuso e la dipendenza da sostanze sono modalità patologiche di impiego di una data sostanza. E sebbene per abuso si intenda, nei casi più gravi, la necessità incontrollata di ricorrere cronicamente ad una o più sostanze, non solo quotidianamente, ma anche più volte nell’arco della stessa giornata, non si realizza la tolleranza e l’astinenza.

Nella persona abuser o dipendente da una o più sostanze si possono riscontrare inevitabili ripercussioni negative a più livelli, dalla famiglia, alle relazioni interpersonali, al contesto scolastico o lavorativo.

Quando l’abuso di una sostanza diventa dipendenza?

Quando ci si accorge che per raggiungere l’effetto desiderato non basta lo stesso quantitativo di sostanza, ma occorre un dosaggio superiore. Inoltre, anche quando in assenza della sostanza compaiono sintomi di astinenza, che variano a seconda della sostanza impiegata.


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Valentina Provenzano

E’ una farmacista iscritta all’ordine di Palermo. Laureata nel 2012 presso l’ Università degli studi di Palermo presentando una tesi sperimentale su nuovi derivati antitumorali.Attualmente collabora con un team di oncologi in clinica privata.Ha lavorato in farmacia e parafarmacia distinguendosi per professionalità, competenza, gentilezza e disponibilità, riuscendo a creare un ottimo rapporto
di fiducia, rispetto e fidelizzazione con i pazienti.

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