Psicologia e sport: esiste una correlazione?

Psicologia e sport, esiste una connessione? O sono contrapposti e distanti l’una dall’altro?

Se la prima si occupa della mente, la seconda ha come oggetto il corpo; tuttavia entrambe riguardano il benessere della persona.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”, quindi, se vogliamo dare una risposta possiamo affermare che esiste una correlazione stretta fra benessere fisico e benessere psicologico e, quindi, esiste un legame tra psicologia e sport.

Diversi studi hanno oramai messo in luce come una regolare attività fisica, a livello amatoriale, contribuisca a migliorare la qualità della vita dell’individuo.

Infatti, l’abituale e costante pratica di attività sportive, oltre che ridurre fattori di rischio per la salute fisica (come obesità, patologie cardio vascolari, diabete, problemi a carico della colonna vertebrale e sindromi di adattamento psicosociale) può ridurre la sintomatologia ansiosa e depressiva, aumenta la percezione di benessere psicologico, protegge dallo stress, migliora nel tempo la performance cognitiva e nei bambini contribuisce ad un armonico sviluppo psicofisico.

Lo sport, inoltre, ha una valenza socio-aggregativa importante.

Infatti, gli sport di gruppo come la pallavolo, il calcio ed il basket educano la persona al rispetto delle regole e dei ruoli, favoriscono il contatto sociale, lo scambio e l’interazione in un clima favorevole e non competitivo.

Praticare uno sport di gruppo può essere un valido strumento socializzante per le persone più timide e riservate e può restituire all’individuo un’immagine di sé migliore e competente.

Negli sport di gruppo la motivazione è sia intrinseca, cioè lo sportivo trova la motivazione dentro se stesso, sia estrinseca, esterna all’individuo stesso (perché la si può trovare nei compagni di squadra).

Gli sport individuali, invece, rinforzano il senso di autoefficacia, forniscono alla persona un feedback sulla capacità di autodeterminarsi, anche in assenza del rinforzo sociale dato dall’altro (come negli sport di gruppo), in quanto l’atleta trae da se stesso la giusta motivazione per raggiungere e mantenere, nel tempo, obiettivi e benessere.

Lo sport, in ogni caso, può divenire un pretesto per SCARICARE STRESS E TENSIONE e RICARICARE LE BATTERIE per affrontare la vita di ogni giorno.

La palestra o la strada possono diventare il luogo ideale dove recuperare e consolidare quell’UNITÀ MENTE-CORPO troppo spesso trascurata.

Attività fisica ed attività psichica sono strettamente collegate anche nell’infanzia.

Jean Piaget, uno psicologo dell’età evolutiva, che ha studiato lo sviluppo cognitivo dell’individuo, ha evidenziato che il movimento è fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza.

Il gioco, la possibilità di esplorare lo spazio circostante e quindi, le attività sportive per i bambini sono centrali per il loro sviluppo.

Queste attività, però, devono essere pensate come attività ludico-ricreative, non devono essere competitive né devono esporre il bambino a ciò che non sa fare ma, al contrario, devono aumentare la sua consapevolezza fisica e quindi psichica.

E l’agonismo?

In che termini psicologia e sport si interconnettono nell’attività agonistica e contribuiscono alla performance dell’atleta.

La psicologia dello sport è quella disciplina che integra la preparazione strettamente fisico-prestazionale dell’atleta, non solo per potenziare gli aspetti motivazionali ma anche per permettergli di svolgere al meglio la propria attività.

A differenza dello sport amatoriale, lo sport agonistico comporta un carico emotivo estremamente forte che se non gestito correttamente può compromettere le prestazioni e la resa dell’atleta, nonché il suo benessere psicofisico.

Le competizioni, le aspettative, il rigore degli allenamenti, l’ansia da prestazione e la rabbia per una sconfitta, possono essere fattori di stress e per questo determinare anche disturbi d’ansia importanti come ad esempio gli attacchi di panico.

Gli atleti professionisti devono quindi possedere un grande autocontrollo, devono imparare a riconoscere e gestire le emozioni, devono capire qual è lo scopo da raggiungere, non solo nello sport ma anche nella propria vita e quindi sposare un modus vivendi che li porterà a compiere grandi sacrifici e molte rinunce, ma che gli permetterà anche di assaporare grandi soddisfazioni.

Per l’atleta professionista può essere importante, quindi, essere seguito non soltanto nel suo percorso di allenamento fisico ma anche in un percorso di allenamento mentale, nel quale dovrà imparare a dosare tempo, fatica, obiettivi e aspettative per raggiungere obiettivi da monitorare step by step.

Lo psicologo, in questo caso, è il professionista che può accompagnare l’atleta in tale percorso.

L’atleta, così supportato, imparerà a gestire l’ansia e ad indirizzare le proprie energie per il raggiungimento degli scopi prefissati, mantenendo un equilibrio che gli permetterà di ottenere quanto programmato senza fare ricorso a vie brevi e facilitate, come il doping.

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