Il caso Willy e le dinamiche del branco

Fatti di cronaca come la morte di Willy Monteiro Duarte ci portano spesso ad interrogarci su come sia possibile che avvengano accadimenti di questo tipo.

Siamo rimasti tutti molto colpiti dalla notizia di cronaca e ci siamo posti molteplici domande; ci siamo interrogati sulle dinamiche che spingono gli aggressori a comportarsi in maniera così efferata, arrivando addirittura ad uccidere.

Ed allora proviamo ad individuare insieme quali aspetti, psicologici e non, emergono quali profili caratterizzanti di questi soggetti; ciò non al fine di giustificare o trovare un pretesto psicologico a tali atti, ma piuttosto per cercare di analizzare l’orribile fatto accaduto.

Da un punto di vista psicologico, osservando i soggetti, partendo da ciò che si conosce su di loro attraverso la stampa ed i mass media, appaiono come persone che hanno costruito un’immagine narcisistica di sé stessi: un’immagine aggressiva, prevaricante e prepotente, che si fa strada nel mondo attraverso la forza e la sottomissione.

Sembra che fossero “famosi” e temuti nella zona dove abitano perché soliti a porre in essere persecuzioni violente ed aggressioni volte ad incutere timore.

Ci troviamo davanti a persone contraddistinte dalla necessità di ottenere il rispetto e l’approvazione del prossimo, creando un’immagine apparentemente “vincente e potente”.

Un quadro fortemente narcisista con manie di grandezza, usate con comportamento aggressivo ai fini della sottomissione.

Ma che cosa accade nei gruppi?

Alcuni studi sottolineano che i gruppi tendono a rafforzare l’aggressività e a inibire l’altruismo.

Si sviluppa un’identità di gruppo; di solito vi è un leader e si agisce in base alle regole stabilite dal leader del gruppo, i singoli si sentono deresponsabilizzati delle proprie azioni ed agiscono in nome del gruppo.

All’interno dei gruppi l’identità gruppale prevale su quella individuale per cui le regole del clan diventano condivise al suo interno anche quando non siano socialmente conformi alle regole della società.

Per cui quando un gruppo commette un’azione violenta tutti i membri orientano le proprie azioni nella stessa direzione, perché al suo interno viene rafforzata la convinzione che sia giusto attaccare i membri, ad esempio, di un’altra fazione considerata nemica (manifestanti attaccano i poliziotti e viceversa, tifoserie calcistiche che si scagliano le une contro le altre).

Ma si tratta di “mostri”?

Spesso siamo portati a pensare che certe azioni vengano compiute da “mostri” o da “pazzi” con particolari disturbi mentali.

In realtà le azioni “malvage” sono spesso frutto di determinate situazioni, di specifiche circostanze o nascono per futili motivi.

Hannah Arendt nel suo saggio “La banalità del male” analizza un famoso criminale nazista, facendo notare alcune caratteristiche che favoriscono l’emergere del male: superficialità di pensiero, incapacità di mettersi nei panni degli altri e inconsapevolezza riguardo alle proprie azioni.

L’idea di sottomettere gli altri con la forza, con ogni probabilità, guidava questo gruppo di giovani e forse ha prevalso la regola del gruppo sul pensiero razionale che avrebbe dovuto fermare le azioni violente ed evitare la morte del ragazzo.

Si tratta di aggressioni a sfondo razziale?

Il razzismo è un fenomeno sociale che si sviluppa di solito all’interno di gruppi che percepiscono la propria parte, la loro etnia, la loro ideologia come migliore rispetto a quella degli altri; questi ultimi, “gli altri”, vengono percepiti come diversi e pericolosi, per cui da scacciare o addirittura eliminare.

Quest’idea di superiorità diventa catalizzatrice dell’odio razziale portato avanti da tali clan e l’aggressività viene utilizzata all’interno di scontri e direzionata verso i “diversi”.

Questo tipo di caratteristiche sembra essere in linea con la personalità del gruppo che ha aggredito ed ucciso Willy, come abbiamo detto prepotenti, bellicosi e che sottomettono gli altri attraverso la brutalità.

La procura sta indagando riguardo alla possibilità che ci sia un’aggravante razziale nell’omicidio, visto che gli aggressori lasciavano sui social commenti di stampo razzista e aggressivo. È possibile che si siano accaniti sul Willy anche perché spinti da un movente razziale.

Nella nostra società l’assertività, la forza, l’atteggiamento autoritario hanno molta presa ed ottengono “ricompense”.

Spesso nella famiglia, o nelle istituzioni, viene rinforzato la necessità di primeggiare, di farsi strada in maniera decisa forte e prepotente, senza guardare in faccia nessuno.

Coloro che crescono nell’aggressività verbale o fisica (subita o agita), se nessuno impedisce questo loro modo di agire nei confronti degli altri, probabilmente continueranno questa stessa condotta anche nei successivi rapporti della propria vita.

Anche i modelli che vengono proposti dalla cultura mediatica sono spesso basati sull’apparenza, sul giudizio. In molti casi viene focalizzata un’immagine di personaggio vincente che entra in conflitto e grida contro i propri “avversari”.

I modelli di cooperazione o di ascolto verso il prossimo raramente vengono valorizzati.

Sarebbe importante educare i bambini ed i giovani ad avere consapevolezza sulle proprie azioni, cercare di imparare a mettersi nei panni degli altri, avere maggiore responsabilità, educare alla riflessività ed alla cooperazione e alla condivisione.

Potrebbe essere un buon allenamento per aiutare i giovani a diventare adulti più consapevoli!


Se anche tu stai subendo matrattamenti, bullismo o violenza, non esitare a contattare il Consultorio MIF, puoi chiamare il 3311253780 o richiedere una consulenza gratuita cliccando sul bottone sottostante!

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