ADOLESCENTI E COVID-19: BREVI NOTE SUL DIRITTO ALLA CONOSCENZA IN ITALIA, TRA APOLOGIA DELLA DAD E DISCONOSCIMENTO DEL DIRITTO DI ACCEDERE A INTERNET

di Annalisa Messina

Madre di figlio adolescente liceale dico tre volte grazie: “Grazie DAD per avere permesso ai ragazzi di non sentirsi tagliati fuori dalla scuola!”, “Grazie insegnanti per avere avuto l’orgoglio di riconquistare una centralità e un ruolo mai veramente riconosciuto appieno in questo Paese” e “Grazie internet per averci permesso di fare i genitori senza ulteriori angosce, per averci fatto scoprire quanto i ragazzi si siano sentiti meno soli e sprovveduti nell’affrontare momenti complicati di imprevedibile solitudine”.

Dopo di che, sgombrato il cuore dal peso della dovuta riconoscenza alla tecnologia salvifica in periodo di pandemia, mi scopro tormentata e tremendamente in crisi di fronte alle tante certezze pre-covid di cui ero depositaria. Dov’è tutta la mia insoddisfazione per la generazione di sdraiati sempre col cellulare in mano, sempre connessi, senza mai tempo per riflettere, leggere un libro, e anche per non fare nulla …

Dove sta la mia coerenza se adesso quasi inneggio al salvifico PC di fronte al quale mio figlio come milioni di studenti del pianeta trascorre ore e ore, abbagliato da quella luce azzurrina straniante per un ragazzino, almeno così la pensavo “prima”.

Provo a fare i conti con una realtà inattesa e imprevista e devo rivedere le coordinate di madre-educatrice: ho compreso che esistono metodologie di apprendimento e di educazione appannaggio di pochi, prima, e oggi di uso pressochè generalizzato a livello globale. Con le scuole (inopinatamente) chiuse, ragiono sugli strumenti di una didattica a distanza e convengo che sono utili, che servono allo scopo.

Ma questa condizione di madre non può però prescindere da quella di giurista. E allora mi trovo a chiedermi se questa tecnologia, questa didattica attraverso il mezzo, così utile e comoda di questi tempi, stia cambiando alla radice il diritto fondamentale alla conoscenza.

Nella nostra Costituzione l’art. 34 ha una dizione che più chiara non potrebbe: “La scuola è aperta a tutti”. Ecco: la scuola come luogo fisico aperto a tutti, a ogni bambina, a ogni bambino, a ogni ragazza, a ogni ragazzo, la scuola come spazio di inclusione fisico presso cui compiere ogni giorno lo sforzo (fisico) di arrivare e stare a posto, e attenti, pronti per imparare ad esserne parte attiva. La classe fisica fatta di pareti, con una lavagna e una cattedra a cui guardare e da cui essere osservati, compresi, richiamati, gratificati.

Questa classe al momento è sospesa. Le si è sovrapposta una classe virtuale, fatta di piccoli schermi che si incastrano nel proprio schermo, di voci lontane che non ti riescono a vedere appieno.

La scuola tradizionale, appunto fisica, fatta di corpi in fila e seduti, di sguardi e sorrisi, di pacche sulla spalla e odore di cancellino, di regole da rispettare uguali per tutti reggerà all’urto dell’emergenza ? supererà la comodità e la sicurezza della scuola fatta a casa?

Ma soprattutto, siamo sicuri che questa scuola virtuale, che si regge sull’accesso alla rete, sia effettivamente aperta a tutti ?

Lascio la domanda in sospeso per ricordare che l’art. 34 citato si chiude così: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Una scuola dunque che la Costituzione vuole aperta e per una società aperta, che rimuove i limiti che si frappongono alla conoscenza, che premia i meritevoli, permettendo di costruire a partire dalla scuola dell’obbligo la personalità dei suoi cittadini in fieri, insegnando loro a conoscersi e ri-conoscersi, facendoli sentire parte di un tutto, includendo e assimilando le differenze di ogni genere che pure esistono.

La scuola è stata lo spazio ed il tempo dell’uguaglianza che ci ha preparati a diventare cittadini che capiscono, e quindi agiscono e decidono responsabilmente.

Ecco, che mi chiedo se oggi, a otto mesi dal lockdown che ha modificato tutte le nostre regole di vita e convivenza, questa scuola “attraverso il mezzo” sia ancora “scuola aperta a tutti”.

In un Paese cresciuto a due velocità, rilevo la pesantezza del digital divide in molte parti del Paese, e mi chiedo se questa pesantezza sia sostenibile, se non sia piuttosto in stridente contrasto col diritto di libertà di conoscere che la scuola ci ha sempre garantito, da Vipiteno a Lampedusa, per quanto in maniera non sempre uniformemente efficace.

Se la scuola è “digitale, a distanza” vuol dire che è impellente più che mai il tema dell’accesso al digitale, il solo che permette hic et nunc la possibilità di esercitare effettivamente il diritto alla conoscenza.

Il diritto alla conoscenza, infatti, per quanto passibile di alcune restrizioni, per le quali lo Stato gode di un certo margine di apprezzamento, trova un limite invalicabile nell’impossibilità di minacciare l’essenza stessa del diritto, privandolo della sua efficacia.

La minaccia seria mi pare sia oggi l’impossibilità per tutti di accedere liberamente e senza costi alla scuola digitale.

Non devo ricordare che, purtroppo, siamo un Paese che in larghe parti del territorio soffre dell’insopportabile fenomeno della dispersione scolastica: la scuola fisica chiusa e quella digitale irragiungibile amplificano problematiche vecchie, mostrando a tutti come la situazione della conoscenza in costanza di pandemia sia foriera di nuove versioni e dimensioni di disuguaglianze e di fratture nei soggetti più deboli, tra chi può/chi non può collegarsi e frequentare la sua scuola.

Stefano Rodotà esattamente dieci anni fa propose di aggiornare il catalogo dei nostri diritti fondamentali con il diritto di accesso alla rete, in stretto legame con il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Costituzione e con la libertà di espressione di cui all’art. 21 Costituzione.

Sul punto non mi appassiona la forma che siffatto aggiornamento prenderà, quanto piuttosto l’urgenza con cui questo innesto di nuovo diritto si impone alla nostra civiltà.

Di fronte alle esistenti differenze economiche, strutturali e infrastrutturali, tecnologiche e anche digitali che il Paese presenta, le soluzioni tampone come la DAD – salvifiche si è detto – possono accentuare, contribuendo a rendere più fragili e vulnerabili interi strati di popolazione, e soprattutto bambini e ragazzi, quelli che non hanno voce, che non votano e che hanno bisogno di immaginarlo il futuro.

Credo sia venuto il tempo di rendere uguali e con pari dignità di accesso tutti i cittadini italiani, con strumenti e mezzi che rendano il diritto alla conoscenza concreto strumento di libertà e crescita.

L’accessibilità totale al digitale è strumento antidiscriminatorio e dev’essere assicurato nei suoi presupposti sostanziali, non solo come possibilità di collegamento alla Rete.

In ogni caso, quale che sia de iure condendo la scelta del Legislatore italiano, preso atto dell’emergenza Covid 19 che non sembra risolvibile in tempi rapidi, l’accesso alla rete va garantito da subito, a partire da soluzioni semplici che portino internet dove ancora non c’è: bastano camion parcheggiati in aree periferiche che permettano agli abitanti di agganciarvisi e devices a prezzi calmierati o in comodato d’uso gratuito con le agenzie di formazione, in primis la scuola fisica, sì da permettere fin d’ora il superamento di ogni forma di divario digitale tra cui quelli determinati dal genere, dalle condizioni economiche, da situazioni di vulnerabilità personale e disabilità che i nostri ragazzi subiscono, loro malgrado.


Se anche tu stai vivendo con disagio gli effetti delle misure restrittive anticontagio e in particolare la Didattica a Distanza gli esperti dell’ascolto del Consultorio MIF sono a tua disposizione gratuitamente.

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